domenica 16 agosto 2015

L'Atlante

L’ atlante

“....Sarà un giorno di sole e tutto il viaggio sembrerà il ricordo d’ un’ immane fatica, sarà quando dalle valli soffierà il vento odoroso del fieno d’ estate, nell’ aria tiepida le rondini s’inseguiranno tra l’azzurro e le nubi, e là il fiume scorrerà d’acqua limpida verso ad una nuova alba sul mare.
Sui piccoli sassi e sui muri le lucertole godranno il sole ed anch’io starò lì perso nell’infinito del mondo.
Guarderò la mia sposa con sul viso i segni del tempo e penserò che tutto il male passato non sarà stato nulla perchè il mio disperato navigare m’ avrà regalato, infine, quell’ approdo che avrà il sapore della pace.
Nella piccola chiesa tra i campi saremo noi due soli, tra i muri di sassi e la luce filtrata dalle vecchie impannate... perchè il destino, per una volta amichevole, che ci avrà fatto incontrare ci avrà scelti tra tanti nella nostra lontananza e forse per questo avrà impiegato tempo eterno per trovarci, perduti sulle nostre rotte d’ oceano.
Con il passo insicuro del marinaio a terra camminerò sul pavimento davanti all’ altare per l’ unico istante di ricompensa terrena che sentirò d’ aver profondamente meritato anche solo per il coraggio con cui ho affrontato le immani tempeste...di tutta la mia vita...”

Così parlava in una sera di carcere Amedeo Ratti, finito lì per il suo vizio di fuggire dal mondo a cavallo di una bottiglia... ed era un poeta, forse per questo soffriva così tanto, o forse era un poeta proprio perchè aveva tanto sofferto. Non era più ubriaco e probabilmente non lo era stato davvero nemmeno prima quando al bar quel giovane lo aveva insultato, no, non doveva proprio mancare di rispetto a lui che da solo e senza dar fastidio a nessuno cercava risposte sul fondo del bicchiere un po’ come fanno le streghe con le bocce di vetro. Sarà pur stato un vecchio ubriacone da taverna ma chi cazzo era quello là per dare giudizi su uno che il mondo lo aveva girato e aveva visto le tempeste dell’ Horn.
Stava là Dusan Mitovich, arrestato per scippo, a sentirlo parlare di quel giorno perfetto e non capiva perchè gli volesse raccontare i suoi sogni.
Uscì dopo pochi giorni e me lo ritrovai, non so neanche io come, seduto al tavolo dell’ aperitivo al baretto della piazza. Mi piaceva Amedeo perchè non parlava mai troppo, solo ti raccontava dei pezzi della sua vita, così, per il gusto di ricordarsene anche lui, mai ripeteva le stesse storie come di solito fanno gli sconfitti dalla vita.

“...Era intorno al ‘47, doveva essere Novembre, ed ero ufficiale di rotta, dopo sessantatrè giorni di mare, al largo del Finisterre ci investì con il suo soffio mortale, dalla plancia vedevo montagne di schiuma sommergere la prua e l’ urlo del vento passava i finestrini come se fossero stati vuoti, dal profondo della stiva l’ intera struttura ergeva il suo lamento contro alla furia del destino e tutti persi in quel clangore mortale attendevamo attoniti il colpo mortale, l’ onda che avrebbe fatto sì che quel gemito metallico si trasformasse nello stridio di una lacerazione strutturale che ci avrebbe condotti alla morte...fu il mio primo forza dodici e nella intera vita che mi è stata data mai ho avuto paura più grande.”

Mi raccontava delle sue tempeste ed io stavo là ad immaginarmelo con le gambe flesse a compensare i movimenti della nave, piantato sulla plancia contro la furia degli elementi come fosse la trasposizione reale di un libro di Conrad. Era un tiepido mezzogiorno del Settembre di tanti anni fa.
Si era imbarcato a diciotto anni e, credo, avesse percorso in tutta la vita quasi un milione di miglia marine iniziando sui mercantili, per poi fare il militare  sui sommergibili e continuare sulle gasiere... e ancora sulle navi da crociera, intorno al ‘68 aveva smesso di navigare sulle grandi navi ed aveva accettato l’ offerta di un industriale divenendo così il comandante del meraviglioso schooner aurico di proprietà di quest’ultimo.
L’ Atlantic Rose era stata costruita su un fiordo scozzese nel ‘29 ed era una barca splendida, io ebbi modo di vederne solo alcune foto una volta che mi ritrovai a casa di Amedeo prima di una cena promossa da un’ associazione locale: me ne stavo là impalato a contemplare la perfezione delle linee: ...”centoventi piedi fuori tutto,  doppio fasciame in tek della Birmania su ordinate in acciaio...ventidue uomini per portarla al massimo... lo scafo era blu cobalto, le vele color mattone, diciassette e mezzo di velocità costante per diversi giorni in Atlantico sulla rotta degli alisei... la migliore carena che ho mai visto in acqua fino ai giorni nostri...a bordo mi sentivo un po’ come Spencer Tracy in “Capitani Coraggiosi”... anche se quella era la realtà, su di lei navigavo a naso: via così seguendo la direzione con la varea del bompresso, un punto nave ogni due giorni e la rotta tracciata sulla carta era sempre diritta come un fuso... con lei è morta anche un po’ della mia inutile vita sai...ma, beviamoci su, salute!”

Rimasi affascinato da quelle vecchie foto, in una c’ era Amedeo, impeccabile nel balzer blu coi bottoni d’oro e nei candidi calzoni circondato da polinesiane con le gonnelline di paglia e la caratteristica ghirlanda di fiori al collo....scherzai: -”Amedeo non avevi caldo così conciato?” , lui mi guardò sperduto e interrogativo, poi strascicando un po’ le parole: -”la solitudine ti mette dentro abbastanza freddo da stare nel deserto col cappotto...e noi siamo tutti soli sul mare...” Capivo che ricordare non gli faceva particolare piacere in quel momento e allora lo portai fuori, in macchina rimase taciturno, chissà forse pensava alle polinesiane o a qualche tramonto sui mari del Sud. Forse sperava di trovare a quella cena la moglie di cui aveva parlato a Mitovich in galera.
Amedeo non si era infatti mai sposato e, ora che andava per i settanta, la cosa doveva pesargli parecchio forse perchè si rendeva conto che l’epopea romantica dei viaggi per mare e delle grandi avventure era per sempre finita e che alla fine, di tanto mondo che aveva girato e tanta vita che aveva consumato, ciò che gli rimaneva erano alcune vecchie foto in bianco e nero e la chiesuola dell’ Atlantic Rose,  tutto era vanità quindi e chissà dove erano i ragazzi di allora adesso, forse persi come lui nella caligine di un liquore stavano malinconici a chiedersi che fine avessero fatto gli altri, forse erano dispersi come gocce d’ acqua dal vento tempestoso... forse raccontavano nelle taverne di un qualche porto storie incredibili ai giovani marinai. Forse.
Amedeo con gli occhi lucidi sopra il naso affilato ed i baffetti appuntiti guardava le colline scorrere fuori dal finestrino e rimaneva in silenzio.
La strada prese a salire tortuosa tra le vigne e i campi arati, il motore girava sonnacchioso come la mia guida di quella sera e, all’ improvviso, lui se ne uscì più o meno così:

“A Giava e Sumatra, quando una nave entrava in porto, plotoni di prostitute affollavano le banchine e simulando il gesto di cucire offrivano ai marinai i loro servigi di rammendatrici e scandivano - io cuci, cuci...tuo vestito -  forse in tutto ciò c’ era qualcosa di veramente assoluto e più di uno di quei ragazzi aveva profondi tagli nell’ anima che meritavano d’ essere ricuciti...”

....”Se lo dici tu” , lo guardai ridendo mentre me lo immaginavo alle prese con aghi e fili del Sud Est asiatico e così per automatismo mi venne da pensare al suo atlante, già perchè Amedeo ne aveva uno, particolare, dove fin dalla prima crociera aveva annotato direttamente sulle tavole impressioni ed avvenimenti, scrivendo sempre con l’ inchiostro nero sul blu del mare che stava di fronte ad ogni città costiera ove si trovava al verificarsi dei fatti.
Così gli chiesi se avesse riportato quella indicazione vicino ai porti locali e lui: “quando sarò cadavere, voglio dire, Dio mi scampi, te lo lascierò il mio Atlante, così ti ricorderai di me...”
-”Beh grazie Amedeo, non so che dire, spero che..., cioè di averlo presto, cioè no, no, non volevo dire questo....mah grazie comunque, sono contento perchè seguendo le tue rotte d’inchiostro viaggerò un po’ anche io con la fantasia....ecco”
Amedeo che da buon marinaio era tremendamente superstizioso si stava contorcendo sul sedile per essere sicuro di avere ampio contatto nel “toccare legno” là dove non batte il sole.
Anche se non ero riuscito lì per lì a dirglielo in modo umanamente decente, la sua decisione di nominarmi erede di un simile cimelio mi rese molto orgoglioso perchè, ancora oggi, sfogliandolo,  penso che quel suo personalissimo diario di viaggio sia a tutti gli effetti un’ opera d’ arte creata dalla sua scrittura secca e aguzza che ha aggiunto, nel corso di oltre cinquant’anni, ai colori e alla patina del tempo l’ allegro ghirigoro dell’ articolarsi della sua storia e di varie altre faccende umane: una rotta transatlantica tra Plymouth e New York effettuata nell’Ottobre del ‘56 sul mercantile “Anatolia” seguendo la lossodromica era segnata come un’ unico rigo di scrittura rivolto con il basso verso il Nord geografico, una parola per giorno, punto per punto, fino alla baia Yankee, vicino a Ceylon un appunto riportava lo sbarco dell’ uomo sulla luna, al largo di Lisbona vicino alla data 1 Giugno 1922 si leggeva una nota :”38°22’N, 11°48’W, per lo scoppio di una tubatura del vapore del piroscafo spagnolo “Libertador”qui moriva Ratti Amerigo, mio padre”.

“...alle volte ho nostalgia delle onde del Pacifico, allora le odiavo e loro non finivano mai, miglio dopo miglio una cresta, un cavo, il tramonto sull’ acqua, adesso mi sveglio la notte e me le sogno ad occhi aperti allora mi alzo in piedi sul letto e le sento sotto le dita...così una cresta, un cavo, la notte d’oceano...sono talmente più forti dell’ uomo che puoi solo piegarti e assecondarle, non puoi affrontarle dritto in prua, le devi tenere al mascone...”

“Beh sai, quando tornavo a casa da una regata il pavimento mi ballava sotto i piedi ... ma non ne ho mai avuto nostalgia, anzi ... ma è il mio modesto parere e io in oceano non ci sono stato mai.”

“Perchè sei un terricolo caprone, radicato a queste rocce, ma cos’ è un uomo che non ha visto l’oceano, che non lo ha respirato, che non ne ha provato gli scossoni...quando pensi di saltare la gran pozza eh, quando sarai cadavere anche tu?”

-”Già,ma sai quanto è bello guardare giù dalla cima del Rosa?” anche se è vero che qualcuno ha detto “uomo libero sempre caro ti sarà il mare”

“E’ stato Baudelaire vero?”-    “E’  stato Baudelaire...dovrebbe essere stato Baudelaire”.
Amedeo rideva del mio essere un marinaio della domenica attaccato come un lichene alle rocce delle mie montagne. Mi faceva piacere vederlo ridere, lo faceva raramente.

La libertà io l’ ho inseguita per tutta la vita e non l’ ho mai trovata troppo amichevole, navigare sul mare è, in un certo senso essere liberi, però dopo un giorno può diventare la privazione di una passeggiata tra il grano... siamo noi, dentro, i peggiori carcerieri di noi stessi, io non mi sono mai sposato per non dover soffrire la lontananza ed essere privato della libertà di vivere con mia moglie e ora vorrei essere stato schiavo allora e libero oggi...forse è questione di attimi, di assaporare i momenti se essere liberi significa essere felici...la felicità non è di questo mondo.”

Scalai in seconda per affrontare un tornante, e pensai che forse, in quel momento ero libero, mentre la strada si srotolava sotto le ruote e le dolci colline di fine estate sorridevano dei primi grappoli rossi nelle vigne attorno, intanto eravamo quasi arrivati al luogo dell’ appuntamento con gli altri.

Il locale scelto per la cena era un ristorantino affacciato sulle colline coltivate a vitigno, un ampio pergolato esterno ospitava il convivio e molti erano già arrivati per godersi “informali” e camerateschi aperitivi in vista delle troppo compassate libagioni che li avrebbero attesi di lì a poco. Era impossibile in quella situazione e specialmente in compagnia di Amedeo, derogare da quel rito propiziatorio e quando arrivai a mettere le gambe sotto al tavolo tutto mi ballava come fossi stato in preda ad una delle sue famose tempeste , lui invece, forse abituato all’instabilità del suolo da anni di navigazione sembrava perfettamente a suo agio e tranquillo come una pasqua.
Dopo l’ antipasto, e dopo aver diluito un po’ la mia personale tempesta alcolica, mi accorsi che Amedeo si era piazzato con un’abile manovra di tonneggio alla destra di Giulia ad un paio di posti da me, io non ricordo di preciso chi avessi vicino, ma doveva essere gente abbastanza noiosa perchè concentrai tutte le mie attenzioni sul comandante Ratti.
Giulia faceva la professoressa di lettere in un liceo del capoluogo, era una bella donna sulla cinquantina, molto curata e sempre elegante nel vestire, doveva, pensai, condurre una vita abbastanza piana e tranquilla all’ esatto opposto del nostro marinaio. 
Mi giungevano sprazzi dell’ eloquio di Amedeo: “Una volta rimanemmo bloccati per una grave avaria alle macchine nel golfo di Aden..non avevamo più provviste, ma ci era rimasta una pecora viva così la squartammo e ce la mangiammo tenendo da parte la testa per pescare...la infilammo su un grosso uncino e la gettammo a mare, non aveva fatto di qui a lì che uno squalo tigre l’ aveva già azzannata...lo issammo e non lo mandammo sprecato, ma aveva un saporaccio e alla fine vomitammo tutto tutti..e la coperta era interamente imbrattata...ah, ah..di vomito....”  Amedeo era scoppiato a ridere, non rideva invece Giulia che era rimasta forse urtata da un simile racconto al desco conviviale, ma immediatamente Amedeo levò il calice e in preda ad una sfrenata euforia alcolica propose un improbabile brindisi “alle suore”. Risi anche io perchè ravvisavo in lui la volontà di risultare trasgressivo più che di far colpo sulla signora. Ricordo poi che mi ritrovai a domandarmi perchè non le descrivesse qualcosa di bello e di poetico come solo lui sapeva fare invece di raccontarle aneddoti di sommarie macellazioni animali a bordo.

La cena si protrasse fino verso mezzanotte e poi ciascuno riprese la via di casa, Amedeo,ormai completamente ubriaco, salutò con il baciamano la dolce Giulia e le disse che sarebbe senz’ altro andato a trovarla nella settimana a venire, lei abbozzò un sorrisetto di circostanza, lui poi si girò sui tacchi e si rivolse a me con voce impastata: “Vieni, andiamo via che mi scappa da pisciare!”.

La luna era alta e piena e irraggiava della sua luce argentea l’intero paesaggio, avevo fermato la macchina là dove, seguendo il crinale, la strada descriveva un’ ampia curva verso destra e dove c’ era un’ area attrezzata con tavoli e panchine per i pic-nic domenicali delle famiglie che venivano fin lassù dalla città. Io e Amedeo stavamo sdraiati sui tavoli di legno a guardare il cielo e a sentire la brezza tiepida scorrerci sulla pelle, dovevano essere le due o le tre di notte, sulla strada non passava nessuno e noi stavamo là a goderci il silenzio.
“Ehi Amedeo perchè hai voluto dare l’ impressione dell’ubriacone senza speranza alla professoressa?”
“Non lo so, mi è venuto così naturale, forse perchè lei si aspettava che io facessi così”
“Non ti dispiace adesso?”
“E di che vuoi che mi dispiaccia, ormai mi hanno già giudicato e anche se mi fossi comportato come un autentico principino avrebbero comunque pensato che sono un ubriacone...il che poi, infondo, è la pura verità”
“Ma tu perchè bevi?”
“vuoi sapere un segreto?”
“Sì cazzo”
“La verità...la verità è che bevo perchè mi hai rotto le palle”
“Dai sii serio” “comunque non sarò io a farti la morale, però adesso andiamo a casa che ho sonno, vecchio testone...”

Non vidi più Amedeo per circa un mese, non ero arrabbiato con lui, semplicemente le cose andarono così. Poi una sera me lo ritrovai in ufficio per la chiusura con sulle labbra il pressante invito all’aperitivo serale. Quando al baretto ordinò un “crodino” mi lasciò a bocca aperta...così dissi: “due” e mi sedetti al tavolino guardandolo come per vedere se si trattasse effettivamente della stessa persona che avevo conosciuto tanti anni prima.

“La verità....la verità è che per tutta la vita sono scappato dalla gente per la paura che avevo del loro giudizio e a furia di scappare ho finito per diventare il fallimento che avevo paura di essere agli occhi degli altri...sai, sulla nave c’ è un ordine gerarchico e se un marinaio pensa che sei uno stronzo, beh chissenefrega, lo schiaffi a pulire i cessi almeno lo pensa a ragione, ma a terra, a terra è diverso, sei uno fra tanti e non conti niente... tutti i viaggi, le navigazioni, gli oceani, tutto fatto per la paura o l’ incapacità di vivere nel mondo normale...ti basta come ragione per bere?”

“non so, mi dispiace di averti fatto una simile domanda però adesso secondo me la metti giù troppo dura, ci vanno due belle palle per fare quello che tu hai fatto per mare e non credo che la paura possa giustificare il fatto che tu per cinquant’ anni sia stato l’erede di gente come Magellano e Cook...non credo proprio”

“eppure è così, appena sentivo l’ acqua sotto i piedi tutto si appianava, entravo nel ritmo delle guardie in coperta, la rotta : una linea che unisce due punti nulla più, albe, tramonti, porti, una cresta, un cavo, altre onde...tutto questo era il solo universo conosciuto e più navigavo più perdevo contatto con la vita e la normalità...tu sai che ho dovuto smettere e che mi hanno fatto passare per un delinquente anche se ero innocente, il sospetto gli è bastato per distruggermi la vita e se non me lo avessero impedito ancora sarei per mare a scappare... ah, amico mio, fidati il giudizio della gente deve far più paura di una tempesta a Capo Horn

In effetti, per quel che ne sapevo io fino a quella sera, le cose erano andate più o meno così: l’ Atlantic Rose era affondata in circostanze misteriose nella notte tra il 5 ed il 6 Gennaio 1978, in seguito ad un incendio divampato a bordo nel porto di Montevideo in Uruguay, un marinaio morì e per il fatto che Amedeo non era a bordo ma in un noto ristorante locale, alcuni sospetti, forse abilmente pilotati, si addensarono su di lui che venne additato come negligente e irresponsabile, ci fu un’inchiesta che terminò in nulla di fatto ma bastò a fargli revocare la licenza e a rovinargli per sempre la reputazione, di fatto i Lloyds versarono al proprietario una cifra da capogiro per indennizarlo della perdita dell’Atlantic Rose, Amedeo ne conservò la chiesuola che recuperò di nascosto e smise per sempre di andare per mare.

“restare qui, in paese, con la gente che mi guardava come se fossi stato un assassino, è stato il prezzo che ho dovuto pagare per non aver mai avuto il coraggio di affrontare le mie paure...ecco”

Due ore dopo eravamo seduti al tavolo di una semplice trattoria persa sulle colline, l’ aria era fredda d’autunno e un bel fuoco stava nel caminetto, di fronte ai nostri piatti di polenta e a due bicchieri d’acqua lo ascoltai raccontare la storia che per troppo tempo aveva tenuto dentro:

“avevamo attraversato l’ Altantico sulla rotta degli alisei e a Fort-de-France, alla Martinica, avevamo imbarcato l’ armatore e sua moglie, poi mettemmo la prua dell’ Atlantic Rose verso la Giamaica... una sera a cena quel gran figlio di cane mi disse che avrei dovuto nel corso dei prossimi due mesi circumnavigare il Sud America passando per Panama e l’ Horn e approdare per il 1Gennaio1978 a Montevideo in Uruguay dove avrebbe dovuto trovarsi un acquirente interessato all’Atlantic, quell’ impresa, disse, avrebbe costituito un ottimo biglietto da visita anche per me e l’equipaggio in vista di un futuro ingaggio con il nuovo armatore. Dopo una settimana sbarcarono a Kingston e mi diedero appuntamento  per venti giorni dopo a Valparaiso in Cile dove avremmo fatto rifornimento e avrei trovato tutta l’attrezzatura necessaria a sistemare l’Atlantic in vista dell’Horn... quella sera quel brutto stronzo mi disse che avremmo dovuto rischiare le vite per essere in pratica licenziati all’ arrivo..”

-”Amedeo così tu avresti fatto l’ Horn con una goletta aurica del ‘29? “
“eh..beh...sì...”
“Porca vacca....e poi mi vieni a dire che saresti un vigliacco?”
Era una piacevole serata, avevo ordinato un ottimo Barolo che corroborava ottimamente l’ atmosfera di mistero che il racconto di Amedeo stava creando...solo che lui non lo aveva ancora toccato e stava lì a guardarmi con gli occhi lucidi.

“Passammo Panama il 7 di Novembre del 1977 avevo davanti 6600 miglia e l’ Horn, compiere quel tragitto in poco meno di due mesi significava percorrere una media di più 100 miglia al giorno e considerati gli scali per rifornire di gasolio e acqua e lo stop di almeno una settimana che avrei fatto a Valparaiso per riarmare...significava non un’ impresa impossibile ma nemmeno la possibilità di starsene comodi a godere il panorama, oltretutto ci saremmo trovati a navigare contro il fiume della corrente detta di Humboldt che risale da sud seguendo la costa del Cile e deviando poi verso le isole Galapagos,  decisi di stare sottocosta nel primo tratto dopo Panàma per evitare il più possibile le bonacce equatoriali e sfruttare se possibile le brezze termiche locali oltrechè per avere una minore intensità della corrente contraria, fu il primo errore di una lunga serie e l’Atlantic rimase piantato al largo di Tumaco per tre giorni, così il quarto giorno accesi i motori e al massimo dei giri possibili iniziai a scendere lungo la costa dell’ Equador...

“...A Callao in Perù feci scalo per mezza giornata e rifornii di gasolio e acqua dolce, avrei puntato verso Sud Ovest  allontanadomi dalla costa per sfruttare meglio gli Alisei Orientali e tenermi ai bordi della corrente contraria, era il 27 Novembre, avevo percorso solo 1350 miglia da Panama ed ero già in ritardo sulla tabella di marcia  perchè avrei dovuto essere in teoria già a Valparaìso, 1300 miglia più avanti, da una settimana...telegrafai all’ Armatore...-problemi con le bonacce, arrivo previsto 10 Dicembre se il vento assiste...Ratti-”

“...Scesi sotto i 15° Sud l’ aliseo ci accompagnò sui 35 nodi per quattro giorni durante i quali stabilii il record di percorrenza nelle ventiquattr’ore coprendo 380 miglia e riuscendo così ad arrivare a Valparaìso per il 3 di Dicembre con otto giorni di ritardo sulla tabella di marcia prevista...avevo però spinto l’Atlantic ai limiti delle possibilità dell’ attrezzatura e non ero sicuro di poter affrontare l’ Horn senza importanti lavori di riarmo, le vele, soprattutto la randa di trinchetto che avevo sempre tenuto al massimo della superficie erano segnate dalla durezza della navigazione e avevo due lievi vie d’ acqua nel fasciame dell’ opera viva là dove era ammorsata la zavorra in piombo....le sartie e le volanti non mi davano le garanzie che avrei voluto ma mi appariva fin d’ allora chiaro che non avrei potuto che rimediare alla meglio la barca e ripartire nel più breve tempo possibile...”

“Il nuovo gioco di vele che trovai a Valparaìso era inadeguato per peso e rifiniture ad affrontare l’Horn, pertanto sostituii la sola randa di trinchetto e imbarcai alcuni fiocchi come rispetto, il resto dell’ attrezzatura promessa non c’era e dovetti pagare le provviste ed il gasolio con i soldi che avevo in consegna per le paghe...intendo dire quella mia e dell’ equipaggio, i ragazzi erano galvanizzati dall’ ultima settimana e accettarono volentieri un tale sacrificio pensando che all’ arrivo a Montevideo ci sarebbe stata un’ottima ricompensa per tutti... che qualcosa non andasse lo avevo intuito ma era solo un sospetto e a quel punto, ormai, non avevo scelta...quattro giorni dopo ero pronto a ripartire, avrei puntato verso Sud-Ovest per arrotondare bene la penisola patagonica e per avere i venti occidentali dei 40°di latidudine Sud in andatura portante...”

“l’ anticiclone che normalmente sta al largo della costa cilena era in momentaneo calo e 600 miglia fuori delle Guaitecas navigavamo con vento da Ovest a ventotto nodi, tenevo un’andatura di lasco sfruttando nei cali il fiocco a pallone e realizzando la massima velocità dell’Atlantic in diciotto e mezzo, la corrente proveniente da Sud creava un mare agitato e molto ripido rendendo la navigazione un inferno per noi  e per l’attrezzatura,  scendendo da un’onda enorme infilammo la prua sott’ acqua per qualche istante. L’ Atlantic si riprese immediatamente ma stavamo chiaramente spingendo oltre i limiti, avevamo lasciato Valparaìso da soli quattro giorni...dopo quell’episodio corressi la rotta orzando di qualche grado e mettendo la prua più verso Sud...le vie d’ acqua in chiglia ci obbligavano a un’ ora di pompaggio ogni sei di navigazione...il barometro era fisso sui 1016 millibar ma a Sud Ovest una impressionante bassa pressione si stava formando...”

“Il sedici di Dicembre ero a 55°22’S e 80°11’W approcciavo il Capo da Ovest, vento a quarantadue nodi onde alte come montagne, navigavo con la sola trinchetta, le vie d’ acqua si erano ancora ingrandite e dovevamo azionare la pompa di sentina per un’ ora ogni due di navigazione...il barometro indicava 980 mb e tendeva ancora al basso... un profondo timore ci dominava... le onde dei famigerati 50 urlanti erano molto più grandi di quanto le avessimo mai immaginate, l’Altantic reggeva tutto sommato bene ma scricchiolava in ogni suo particolare, l’ urlo del vento superava ogni cosa...tenere la barca veloce e fuggire sottovento questo era tutto ciò che potevamo fare...la cosa più spaventosa del Capo è che il fondale dell’ oceano passa repentinamente dalle profondità abissali alla piattaforma continentale sudamericana e le onde, che a quelle latidudini corrono senza incontrare terre emerse per tutta la lunghezza dei paralleli, incontrano quest’ improvviso ostacolo e s’infuriano, frangendo e gonfiandosi come montagne himalayane...”

“Il diciassette barometro a 890 millibar,  vento fino a 55nodi, scrosci di pioggia e grandine sferzavano il ponte... a secco di tela il solo attrito dell’attrezzatura con il vento faceva deformare l’ intera struttura, lo sbattere del sartiame e delle drizze produceva un rombo che unito al fragore dei marosi ci salutava come il benvenuto di Lucifero in persona, l’ Atlantic, la mia piccola rosa, schricchiolava e rollava scivolando a valanga nelle valli che stavano tra un’ onda e l’ altra, la sua chiglia lunga ci dava una stabilità di rotta eccezionale tale che riuscivamo abbastanza agevolmente a tenere il mare al giardinetto, comunque, essendo impossibile dare delle vele, avevamo filato centoventi metri di cavo da venti a poppa, la trazione su quest’ultimo era così immensa che verso mezzogiorno esso staccò di netto le bitte su cui l’ avevamo ancorato e le trascinò per sempre a fondo...imbarcavamo ogni ora più o meno 2000 litri d’acqua, tre uomini erano fissi alla pompa manuale perchè volevo risparmiare quella elettrica in caso la situazione fosse ancora peggiorata.
La cosa che più mi preoccupava era la tuga vetrata a poppavia dell’ albero di maestra, temevo che se un’ onda si fosse infranta in coperta i cristalli temperati della tuga avrebbero ceduto all’impatto data la loro ampia superficie...quella sarebbe, pensavo, stata la fine di ogni cosa e l’ Altantic sarebbe affondata sicuramente...trascinadoci nell’ abisso con sè...chiamai Biagio Grondona, un marinaio di Genova alla sua prima esperienza negli Oceani australi e gli ordinai di fasciare la tuga con un pezzo della vecchia randa di trinchetto che avevo sostituito a Valparaìso...Biagio mi guardò con un’espressione negli occhi che voleva scrutare il perchè io volessi una prova così titanica da lui...gli dissi -Biagio, in trincea o si spara o si muore va’ e fai il lavoro- quegli occhi non li dimenticherò mai...fu lesto e in gamba, tagliò la vela sottocoperta, in quadrato, con il coltello, all’altezza della 1^mano di terzaroli così che ebbe gia pronte le quattro bugne ai lati, poi arrotolò il fagotto lasciando due spezzoni di cima legati alle bugne interne al rotolo...e salì in coperta dove dapprima fissò lo spezzone di cima verso poppa per assicurare il fagotto dalla spinta del vento, poi legò la cima di prua al bozzello di destra della scotta della randa di trinchetto e tese l’ involto aiutandosi con un paranco volante,infine, legate le bugne di terzarolo con altre due cime srotolò, con l’ aiuto di altri tre marinai, la vela sopra la tuga come una tenda la ancorò sulla sinistra la vela allo stesso modo, fu un lavoro di vera arte marinara, ma il mare, il mare si sarebbe preso la sua rivincita strappando quel lavoro costato quattro ore di fatica in un amen...perchè così è la vita e i sacrifici più grandi spesso non giustificano sè stessi.”

La cameriera portò il dolce, Amedeo non aveva neanche assaggiato il vino e la cosa mi parve alquanto strana perchè con tutto quel parlare doveva senz’ altro avere la gola secca, io non lo avevo notato nemmeno bere l’ acqua,  perso com’ ero ad immaginarmi i dettagli del suo racconto e a immaginare la tremenda lotta dell’ Atlantic Rose contro la tempesta... pregai Amedeo di finire il suo racconto, ma lui disse che si era fatto tardi e bisognava rincasare, mi avrebbe detto strada facendo.
Accesi il motore, una pioggerellina lieve si depositava sul parabrezza ad annunciare che un altro inverno stava per farci visita, lui stava seduto con lo sguardo fisso in avanti, pensai che forse non aveva bevuto per conservare la lucidità nel rievocare quella che doveva ad ogni buon conto essere stata la più grande avventura e la più grave tragedia della sua vita.
Guidai piano giù per i tornanti umidi di pioggia e poi per il fondovalle, sino alla collina successiva, Amedeo non parlò, anzi non disse niente, e io non lo invitai ancora a farlo perchè capivo che quella, doveva, in ogni caso essere una sua scelta.
Arrivammo sotto a casa sua e allora mi invitò a seguirlo in casa, mi fece accomodare nel suo soggiorno che sembrava il quadrato ufficiali di una nave e sparì dietro ad una porta, intanto sentivo la sua voce che mi invitava a prendere qualcosa da bere.
Ricomparve dopo un paio di minuti , poi sedette sulla poltrona con lo sguardo perso nel nulla e mentre io guardavo le sue vecchie foto nella penombra della stanza ricominciò a parlare:
“Alle 17.30 un’ onda enorme s’ infranse sulla coperta, il pezzo di vela che Biagio aveva usato per fasciare la tuga fu spazzato via come un foglio di carta di giornale in un giorno di maestrale, uno dei cristalli della tuga s’ incrinò...l’ urlo del vento sembrava non avere fine, durante la discesa in un cavo non riuscii a controllare la rotta perchè nel passaggio sulla cresta metà del  timone era emersa fuori dall’ acqua, mi infilai con la prua nella parete liquida e grigia come l’acciaio, l’Atlantic si fermò di colpo dagli undici nodi che avevamo toccato nella discesa, uno schianto sordo mi fece abbassare la testa e vidi l’ alberetto di maestra rotto penzolare trattenuto dal sartiame vicino al fuso principale, se si fosse staccato avrebbe attraversato la barca come un proiettile e sarebbe stata la fine di tutto quanto...poi fummo sollevati da poppa dall’ onda che avevamo disceso pochi secondi prima, l’ Atlantic schircchiolò con il vento che sbatteva l’alberetto rotto sull’attrezzatura di maesta, si scrollò l’ acqua di dosso come un cane bagnato e ripartì...le condizioni erano critiche e io pregai con tutta la fede che non ho mai avuto che il buon Dio facesse calare un po’ quel vento...non potevo chiedere a nessuno di salire a riva in quelle condizioni e poi il rimedio avrebbe potuto essere peggiore dell’avaria, sfruttando la drizza di controranda mi riuscì di tenere un po’ più fermo l’alberetto evitando danni peggiori...”
Fece una pausa, per bere un sorso d’ acqua,

“Il diciotto il vento calò a quaranta nodi e sotto scrosci di pioggia assoluti entrammo in Atlantico, eravamo semiallagati e quattro dei dieci uomini di equipaggio erano completamente soggiogati dal mal di mare...gli altri erano spossati dalle guardie in coperta e da quell’ immane tempesta....con l’attrezzatura a pezzi, mancavano millequattrocento miglia a Montevideo e avevo tredici giorni per coprirle...dovevo opzionare se fosse meglio fermarsi alle Falkland e riarmare o se continuare al meglio delle possibilità...la mattina del diciannove con vento a 14 nodi da Ovest-NordOvest decisi di mettere la prua su Stanley a East Falkland accesi i due motori Perkins da 330 CV l’ uno e attaccai in continuo le pompe di sentina, mandai tre uomini a riva e riuscimmo a calare in coperta l’ alberetto rotto, tagliammo un po’ di sartiame inutilizzabile e lo rimpiazzammo alla meglio con quello di rispetto...  dopo quattro ore di duro lavoro riuscii ad armare la randa di trinchetto, la trinchetta bomata e il fiocco, tenevamo un’ andatura di traverso e riuscivamo a fare quasi sei nodi, non male considerato quello che avevamo passato, solo allora stappammo un paio di bottiglie e facemmo un po’ di festa per il passaggio del Capo...l’ albero di maestra, o almeno il fuso che ne rimaneva, non poteva essere utilizzato perchè era necessario sostituire buona parte del sartiame e l’ alberetto, rompendosi, aveva distrutto i rinvii del picco della randa...”

“Arrivammo a Stanley l’ antivigilia di Natale, dato il periodo di festa non avremmo potuto cominciare i lavori di riarmo prima del 26, pertanto smontate le parti da sostituire mandai l’equipaggio franco e stetti lì a pensare quanto avrebbe richiesto un riarmo decente, telegrafai all’armatore motivando la mia decisione con il fatto che una barca con tutta l’ alberatura avrebbe più favorevolmente impressionato l’acquirente...non ricevetti mai nè risposta nè denaro e la cosa, credo, avrebbe dovuto farmi pensare...non volevo usare i soldi delle paghe per riarmare la barca, non sarebbe stato giusto anche se ci aveva portati vivi al di quà dell’ Horn...e quello stronzo se ci voleva per Capodanno a Montevideo avrebbe dovuto muovere il culo e mettere mano al portafoglio...”

“Biagio e Riccardo che prima di diventare marinai erano stati carpentieri in un’impresa edile, la notte di Natale vennero da me e mi dissero di avere la soluzione per riarmare rapidamente e senza spese...non vollero dirmi di più e io seppur restio approvai l’ iniziativa. Tornarono dopo due ore con un palo della luce a spalla e con l’ attrezzatura di bordo, una sega, un paio di pialle e poco altro, lavorando tutta la notte per la mattina del 25 avevano pronto un degno sostituto dell’ alberetto di maestra, non era verniciato a stoppino, non aveva la nobiltà dello spruce con cui era realizzato il resto dell’ alberatura ma rispettava le dimensioni e le sezioni di quello originale, nemmeno era perfettamente arrotondato ma erano comunque riusciti a ricavare gli attacchi del sartiame e quant’altro...la segatura era tutta sparita e in un lontano giorno dell’ estate australe, un intero sobborgo di Stanley stette a maledire l’ autorità non riuscendo a cuocere il tacchino nel forno...”

“Il Ventisette sera, riarmati con il palo della luce e con un po’ di sartiame di rispetto, con dei nuovi rinvii per il picco di maestra fissati con degli spezzoni di cavo d’ acciaio, lasciammo Stanley con rotta Nord-Nord Est  e vento da Ovest a dieci nodi completamente invelati, rimanevano circa 1300 miglia per Montevideo, una splendida luna ci accompagnava e l’ aria era tiepida, l’ Atlantic Rose scivolava regale sulle onde atlantiche a otto nodi all’ andatura di traverso, la croce del sud stava a gurdarci da cieli amichevoli e tutti sentivamo di aver compiuto, con le nostre sole forze l’impresa più straordinaria delle nostre vite...”

“Quando l’ acqua dell’ oceano cambiò colore per la prossimità della foce del Rio della Plata una pozza di bonaccia ci bloccò di nuovo, non avevo più gasolio per azionare i motori e ci toccò rimanere fermi...cosicchè entrammo solo la mattina del 3Gennaio1978 nel mar del Plata...arrivammo a Montevideo con sei nodi da Est al massimo della tela e con il fiocco a pallone, i pescatori, sulle loro piccole imbarcazioni, sollevavano la testa per vedere l’ Altantic con la sua nuvola di vele color mattone scivolare calma e maestosa verso la sua meta finale, a pensarci adesso era bella e orgogliosa come una grande signora che già sapeva di andare incontro all’ oblìo ed eppure incedeva verso la sua fine con il massimo della grazia e della bellezza di cui era capace... Riccardo, Biagio, Giulio, Mario, Manuel, Fernando, Anchise, Elmo, Marco e Antonio stavano sul ponte nelle divise blu piangendo per l’ orgoglio e la commozione, forse attendendosi un’ accoglienza festosa, si battevano pacche sulle spalle e mi guardavano come avessero voluto coinvolgere anche me nella loro emozione, io fingevo di rimanere distaccato, ma dietro agli occhiali scuri, le lacrime inumidivano i miei occhi... e ancora oggi, mi pento e sconto di non aver abbracciato tutti quei ragazzi e di non aver mai detto loro quanto importanti erano stati per me in quei giorni, loro che avevano affrontato su un mucchio di vecchie tavole l’ Everest di ogni marinaio pagando di tasca loro le provviste, distanti dai loro affetti più cari, senza sapere come e quando sarebbero tornati a casa, aspettavano da me una parola, un gesto, un segnale, io rimanevo là a stringere i pioli del timone e non riuscivo a dire niente....”

“avevamo tardato di due giorni...ed in banchina non c’ era nessuno ad attenderci...quel figlio di cane, non era là a salutare il suo equipaggio, all’ ufficio del Porto non c’ erano comunicazioni e nessuno, mi venne detto, aveva informato le autorità portuali del nostro arrivo...la cosa ci parve strana, consigliai i ragazzi di non spendere gli ultimi soldi delle paghe nelle taverne e li esortai al risparmio in vista del ritorno a casa.”
“Passammo due giorni in banchina ad attendere...poi a mezzogiorno del cinque gennaio 1978 un elegantone che mi si presentò come procuratore d’ affari di un magnate tedesco mi disse che il futuro acquirente dell’ Atlantic mi avrebbe voluto incontrare personalmente a cena affinchè gli parlassi della barca e dell’ impresa dell’ Horn, il giorno dopo, l’equipaggio sarebbe stato presentato alla stampa e ci sarebbe stata una festa in onore della nostra grande impresa. Intanto dovevo tenermi pronto per le ore 19,30 chè un’auto sarebbe venuta a prendermi per portarmi all’appuntamento, con una nota di sollievo ringraziai l’Uruguayano e comunicai ai ragazzi la bella notizia: ci fu un urlo e molte gole già pregustavano abbondanti libagioni a base dei migliori vini sudamericani...e di rhum delle antille”

“Raccomandai ai ragazzi di organizzarsi la franchigia in turni perchè volevo sempre qualcuno a bordo per controllare il funzionamento periodico delle pompe dal momento che l’Atlantic contiunuava ad imbarcare acqua anche se, in banchina senza le sollecitazioni delle vele, il problema era relativamente contenuto...alle 19,35 una Mercedes nera percorse la banchina e accostò la goletta ed io ne scesi per non risalirvi mai più, avevo il cuore allegro perchè speravo di poter ricevere presto il compenso per me e l’ equipaggio e speravo in un ingaggio sulle rotte del Sud da parte del nuovo acquirente...la mercedes partì ronfando e mi girai a guardare l’armo aggraziato rimpicciolirsi nel lunotto posteriore...”

Immaginavo tutta la scena e mi raffiguravo l’ Atlantic, con addosso i segni della navigazione, dondolarsi pigramente sulle acque del mar del Plata, come avesse voluto riposare dopo quell’ immane fatica, e pure immaginavo i ragazzi con all’ orecchio l’anellino dei Caphorniers,orgogliosi e spensierati aggirarsi per i vicoli e pavonaggiarsi con le chicas della loro impresa.
Amedeo che pure rievocava avvenimenti tra i più tragici, credo, della sua vita ricordava quell’avventura con orgoglio quasi come fosse stata l’ unica cosa veramente ben fatta di tutto il tempo che gli era fino ad allora stato dato.

“l’ autista parcheggiò di fronte ad un edificio in stile coloniale dipinto di bianco al cui piano terreno spiccavano tende bianche e blu su cui campeggiava la scritta -Restaurante de la buena ruta- l’ auspicio mi sembrò ottimale e avevo una gran fame, ero tranquillo perchè sapevo che sebbene fossimo giunti in ritardo, la nostra impresa era cosa eccezionale e molti in città già ne parlavano, l’ Atlantic era splendida e con un mese di cantiere avrebbe potuto essere restituita integra al suo originale fulgore...”

“al mio arrivo el senor Manuel Gonzalo Ortega y Montes, sedicente procuratore d’ Affari del magnate Heinz Schmidt era già seduto ad un tavolo per quattro ottimamente affacciato sul mar del Plata e mi invitò cortesemente a sedermi, avremmo atteso con un Martini l’ arrivo di herr Schmidt e dell’ armatore che questi era andato personalmente a prendere all’ aeroporto dove sarebbe giunto direttamente dall’Europa...anche se Ortega era simpatico, la sua eloquenza era retorica e pomposa e io ebbi chiara l’ impressione che le sue ampollose maniere avessero il solo intento di distrarmi dallo scorrere del tempo che con infinita lentezza si dipanava  intanto che i convitati tardavano ad arrivare... la cosa non mi piaceva per niente...alle 21.50 Ortega fu chiamato al telefono e poco dopo tornò con l’espressione desolata e profondendosi in umili e affettate scuse mi disse che i signori non sarebbero più venuti a causa di imprevedibili inconvenienti dell’ ultim’ora, pertanto mi pregò di essere suo ospite per la cena e infine, quando ormai ne avevo veramente le scatole piene, ordinammo...”

“Qualcosa non andava perchè quel figlio di cane cercava con ogni mezzo di farmi bere: io non bevevo e quello si innervosiva sempre di più, ora nella calda sera australe perle di sudore gli inondavano la fronte contrastando con l’ immagine azzimata e superba che voleva dare di sè, il bastardo rideva nervosamente e fumava continuando a elogiare le qualità del vino argentino e invitandomi a innumerevoli e ripetuti assaggi... e intanto continuava a sudare...poi cambiava repentinamente discorso e passava a chiedermi delle mie navigazioni nel corso degli anni ma, vedevo, non gli fregava niente delle mie parole e muoveva la lingua così tanto per non tenerla ferma. Gli feci qualche domanda su Schmidt e gli chiesi esplicitamente se fosse veramente interessato all’acquisto dell’ Atlantic, Ortega rispose confusamente e si ficcò tra le labbra un’altra sigaretta, le luci brillavano sulla fortaleza del Cerro...ma dentro di me un’inquietudine profonda, un senso di pericolo imminente, di ansia selvaggia si stava facendo strada...”

“Alle 23.00 mi alzai in piedi suscitando uno scatto di disapprovazione da parte del mio commensale, lo ringraziai con malcelata ironia per la serata e mi congedai da lui, benchè il banchetto non fosse ancora finito nelle sue intenzioni, dicendo che dovevo istruire l’ equipaggio...un filo di fumo si levava laggiù da qualche parte verso il porto...”

“Era l’ alba del 6 Gennaio1978, seduto su una bitta del porto guardavo i mozziconi degli alberi anneriti emergere come pali dall’ acqua limacciosa del porto, Marco Serafino un ragazzo di trentaquattro anni stava ancora là sotto: l’ Atlantic Rose aveva preteso dunque un compagno nel suo ultimo fatale viaggio, mi tenevo la testa fra le mani e qualcuno dei ragazzi, piangendo, mi veniva di tanto in tanto a battere una mano sulla spalla...alle 6,30 l’ ispettore portuale Guillermo Zarrabetia mi si presentò e mi invitò a seguirlo per alcune formalità...”

“Erano a bordo quella notte Manuel e Fernando due fratelli di Siviglia che avevo imbarcato alle Canarie e Marco... lui dormiva a prua e gli altri due giocavano a carte in quadrato, almeno così dissero, attendendo di azionare le pompe...alle 22,40 circa dissero d’ aver udito un secco tonfo in coperta, quando salirono per vedere le fiamme già avvolgevano il trinchetto...riuscirono a mettersi in salvo ma non a raggiungere Marco a prua.”

“Nessuno spiegò mai come fosse divampato il fuoco, l’armatore che non era mai giunto a Montevideo indirizzò su di me il sospetto forte del fatto che, a dispetto di quella che mi era sembrata un’ evidenza, non esisteva in tutta la capitale uruguayana nessun Schmidt e tantomento un untuoso procuratore di nome Ortega, negò poi di aver mai avuto l’intenzione di vendere la goletta e perfino di avermi ordinato di doppiare l’Horn, disse anzi, che ero stato io a voler compiere quella folle navigazione a dispetto delle sue istruzioni...dunque dovevo essere stato io a bruciare l’Atlantic...dissero per vendetta e per il fatto di non aver ricevuto un premio in denaro il viaggio...ovviamente non poterono dimostrare il falso anche grazie alle testimonianze in mio favore dei ragazzi, però mi accusarono di negligenza per non essere stato a bordo e ciò bastò a farmi sospendere il libretto di navigazione e a negare anche il legittimo compenso a me e all’ equipaggio, tornammo in Italia a nostre spese... intanto, il signor armatore, in stato fallimentare, incassò un premio assicurativo favoloso...”

“nel rapporto che le autorità portuali locali inviarono ai Lloyds di Londra si imputava la responsabilità dell’ accaduto all’atteggiamento lassista dell’ equipaggio e alla condotta disdicevole del suo comandante...-che per il fatto è stato sospeso dalle sue funzioni dal Ministero della Marina Mercantile Italiana-così c’ era scritto,...il fatto che una vita umana fosse persa in quell’ incidente era fatto spiacevole ma le circostanze non lasciavano sufficienti indizi per continuare ulteriori indagini verso chicchessia...”

“Rimaneva la grande impresa che avevamo compiuto, e che forse, nelle intenzioni dell’ armatore non avrebbe mai dovuto essere portata a termine preferendo egli, a parità di premio, l’idea di saperci tutti a far buona compagnia ai pesci dell’Oceano...ma questa è solo la mia idea…
Una sera io e Biagio entrammo di nascosto nel cantiere dove il relitto era custodito e ci fregammo la chiesuola che vedi nell’angolo del soggiorno e altri due o tre oggetti che poi ha tenuto lui... nessuno li cercò più in seguito”

Amedeo con le mani appoggiate ai braccioli della poltrona aveva il viso rigato da lacrime silenziose, i suoi occhi mobili scrutavano la penombra della stanza, poi alzandosi mi chiese di lasciarlo solo, avrei potuto tornare l’ indomani o quando mi avesse fatto piacere...capii e andai.

Una settimana dopo una cartolina proveniente da una località costiera mi portava i suoi saluti e anche quelli di Giulia, fui contento della cosa anche se, devo dire, sentivo la mancanza sua e delle sue storie la sera  al bar, le cose si apprezzano di più quando non si hanno proprio lì a portata di mano...
Me lo immaginavo felice, infine, raccontare a Giulia le sue storie fantastiche e me lo figuravo in un giorno d’ Estate stare là nella vecchia chiesa tra i campi per sposarsi... alla sua età.
A dire il vero dopo quella sera ci perdemmo un po’ di vista fino a che non piombò improvvisamente a casa mia e si trattenne solo per un paio di minuti a parlare, non ci dicemmo granchè ma lo trovai bene. Quando se ne andò notai un pacco appoggiato sulla poltrona dove si era seduto, pensando che lo avesse dimenticato lo presi in mano e corsi verso la porta per chiamarlo, ma lì sopra c’ era il mio nome, lo aprii.
Mentre sfogliavo l’ atlante di Amedeo vidi che un’ unica annotazione stava scritta sulla terraferma e non sul mare, erano le coordinate precise della piccola chiesa tra i campi, una data stava lì vicino...

Era una splendida giornata di Estate, tiepida per il vento odoroso di fieno che scendeva dalle vallate, Giulia era bella e luminosa nel vestito bianco...eravamo là in pochi a guardare la luce colorarsi attraverso le vetrate, Amedeo sorrideva felice d’ aver terminato una navigazione più lunga di quella attorno al Capo Horn.

In questa sera di vento, mentre scrivo la storia di Amedeo ho con me il suo caro atlante, seguo le sue rotte d’oceano e mi perdo nelle onde immense del Pacifico.

Matteo Zunino











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